L’Asse Trump-Netanyahu e la pace impossibile

Alla fine è arrivato. Dopo tre anni di attesa e speculazioni, il piano di pace statunitense per risolvere il conflitto israelo-palestinese è stato presentato. L’accordo del secolo, secondo Donald Trump. In realtà non c’è niente di eccezionale, è l’ennesima versione del piano di spartizione proposta da Yigal Allon nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni. Più che una credibile proposta per risolvere il conflitto il piano sembra una spregiudicata mossa politica a uso interno di Trump e Netanyahu, ma potrebbe portare alla fine degli Accordi di Oslo. Il documento dell’amministrazione Trump è stato presentato alla Casa Bianca durante la visita del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu e di Benny Gantz, suo sfidante alle elezioni di marzo con la coalizione Kahol Lavan. Non era presente nessun rappresentante dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), diffidente fin dall’inizio e in rotta con Casa Bianca e Dipartimento di Stato da quando gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.

La proposta
Va detto fin dall’inizio che il piano è inaccettabile per i palestinesi, non è una proposta credibile. Se messa davvero in pratica, per la Palestina significherebbe de facto rinunciare a uno Stato sovrano e riconoscere l’occupazione israeliana, ricevendo in cambio solo la possibilità di renderla economicamente sostenibile a suon di aiuti. L’unico lato positivo è che, almeno idealmente, la Casa Bianca è tornata a parlare di soluzione a due stati. Il documento di 180 pagine prevede che Gerusalemme diventi capitale “unica e indivisibile” dello Stato di Israele, l’annessione israeliana della Valle del Giordano e della maggior parte degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. All’interno della Palestina saranno presenti anche una quindicina di exclave israeliane, il che vuol dire che nemmeno le colonie più isolate verrebbero smantellate in favore dello stato palestinese. La Città Vecchia di Gerusalemme e il c.d. bacino sacro resteranno sotto il controllo israeliano, i palestinesi saranno però incaricati della sicurezza sulla Spianata delle Moschee insieme alla Giordania (che non è altro che lo status quo attuale).

Lo Stato di Palestina nascerebbe in quel che rimane della Cisgiordania e della striscia di Gaza, con capitale in un’ipotetica Gerusalemme Est. Ipotetica perché la capitale palestinese non nascerebbe sul territorio dell’attuale Gerusalemme, ma in uno dei villaggi limitrofi a est della barriera di separazione. In sostanza, ai palestinesi verrebbe dato il permesso di chiamare “Al-Quds” (Gerusalemme in arabo) i quartieri di Abu Dis e Bethany, o il campo profughi di Shufat.

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(fig-1) Lo status attuale di Gerusalemme. La linea rossa è il confine reale tracciato dalla barriera di separazione, la linea tratteggiata in verde è il confine pre-1967. Nella proposta tutto resterebbe invariato, i quartieri arabi di Gerusalemme resterebbero in Israele. Ai palestinesi viene proposto di scegliere uno dei quartieri periferici a est della barriera di separazione, e farlo diventare la Gerusalemme Est capitale in cui anche gli Stati Uniti aprirebbero l’ambasciata. Quelli cerchiati in rosso sono alcuni luoghi potenziali (Abu Dis, Bethany, Sawahera al-Sharqiya, Shuafat), zone povere da ricostruire completamente. Per i palestinesi avrebbe senso solo una zona che confina direttamente con la Città Vecchia come quella del riquadro azzurro, che comprende i quartieri arabi di Gerusalemme più centrali e sviluppati (Bab A-Zahara, Wadi Al-Joz e American Colony).

Sono previste compensazioni territoriali, in pratica dei lotti nel deserto del Negev collegati con Gaza, e l’annessione palestinese di alcune città israeliane dove vivono gli arabi, che cambierebbero quindi la cittadinanza (i residenti in questione però non sono d’accordo). Alla Palestina arriveranno 50 miliardi di aiuti per lo sviluppo economico. Condizione necessaria è il riconoscimento di Israele come stato ebraico, la rinuncia ad avere un esercito (uno stato smilitarizzato), al controllo dello spazio aereo e a tutta una serie di accordi per la sicurezza da stabilire nei dettagli. Accordi non semplici da fare. Lo stato palestinese non avrebbe una vera continuità territoriale, il paese sarebbe attraversato da lingue di territorio israeliano e per spostarsi da una città all’altra bisognerebbe passare per tunnel e ponti in cui i territori si incrociano. La Palestina non avrebbe neanche il controllo delle frontiere, tutti i passaggi per entrare e uscire dal paese sarebbero soggetti al controllo diretto o indiretto di Israele.

All’atto pratico, visto la sproporzione dei rapporti di forza la funzionalità dello stato palestinese dipenderebbe completamente dal rapporto con gli israeliani.

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(fig-2) Le mappe presenti nel documento Vision for Peace. C’è una versione con i dettagli di Israele e una per la Palestina, i due stati si sovrappongono in più punti. Guardando le enclave israeliane in Palestina, le annessioni territoriali e i numerosi punti di intersezione — una dozzina, ma nella mappa mancano quelli di Gerusalemme — è difficile immaginare che i palestinesi possano guardare a quello spazio come al proprio Stato. Per Gaza non è previsto un ingrandimento della striscia come nel Piano Olmert del 2008, ma la creazione di due enclave palestinesi nel deserto israeliano del Negev, territori isolati e inospitali collegati unicamente alla periferia della Striscia di Gaza.

Le reazioni
Il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas ha rigettato la proposta e promesso di proseguire la battaglia contro l’occupazione israeliana. Abbas è stato molto chiaro, nella riunione d’emergenza convocata a Ramallah ha detto che Trump vuole imporre ai palestinesi qualcosa che non vogliono, e poi, testuali parole: «Non mi resta molto da vivere e non voglio essere un traditore. Abbiamo detto no e continueremo a farlo, a qualsiasi accordo che non preveda la soluzione di due stati basata sui confini del 1967». Il primo ministro Mohammad Shtayyeh ha esortato la comunità internazionale a boicottare il piano, e l’ha bollato come una cospirazione per liquidare la causa palestinese. Sulla stessa linea anche Hamas e Jihad Islamica, anche se nel caso di Hamas il piano prevede solo il disarmo del movimento, non il suo scioglimento. Fin da subito in Cisgiordania e a Gaza sono iniziate proteste e manifestazioni, e nei prossimi giorni ci si aspetta un’escalation nel solito lancio di razzi e colpi di mortaio da Gaza.

Sul fronte mediorientale i paesi più contrari sono Iran e Turchia, che l’hanno definito “il piano della vergogna” destinato a fallire. Reazione contraria da parte della Giordania, che ha messo in guardia Israele dal compiere azioni unilaterali — i.e. l’annessione della Valle del Giordano (già in programma nell’agenda di Netanyahu). Atteggiamento più positivo da parte di Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, che invitano le parti a studiare la proposta e tornare ad aprire un negoziato. Probabilmente le petromoarchie del Golfo saranno chiamate a contribuire politicamente per far accettare il piano ai palestinesi, ed economicamente per garantire lo sviluppo della Palestina. Sostenere una proposta del genere però metterebbe questi governi in imbarazzo davanti alle opinioni pubbliche del mondo islamico. Alcune delegazioni erano presenti a Washington, ma al momento nessuno degli alleati degli Stati Uniti nella regione ha formalmente approvato l’accordo.

Le Nazioni Unite hanno preso le distanze e sottolineato che ogni soluzione deve passare per il Consiglio di sicurezza. L’Unione Europea ha dichiarato tramite l’Alto rappresentate per la politica estera — lo spagnolo Joseph Borrell — di aver bisogno di tempo per “studiare accuratamente” i dettagli del piano. Per Bruxelles l’unilateralismo di Trump (e Netanyahu) è l’ennesimo sgarbo diplomatico proveniente da oltreoceano, un’altra dimostrazione dell’irrilevanza politica dell’UE su dossier fondamentali. Sarà un altro scossone all’orgoglio dei Paesi del vecchio continente, che tuttavia hanno problemi più urgenti di cui preoccuparsi.

Netanyahu ha accolto la proposta come una svolta storica e annunciato che presenterà il piano di annessione degli insediamenti israeliani già la settimana prossima. Nelle stesse ore ha anche rinunciato ad avvalersi dell’immunità nel processo che lo vede incriminato in tre casi per abuso d’ufficio e corruzione. In realtà è una mossa tattica a uso politico per ostentare sicurezza, il parlamento aveva in programma di votare se concedergli o no l’immunità (come succede in Italia) e Bibi non aveva i numeri. Prima di tornare in Israele però è passato a Mosca per discutere il documento con il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è il primo paese con cui Israele si confronta sulla proposta di Trump. Anche il Cremlino ha reagito freddamente ma sostanzialmente non si è opposto, per ora i russi restano alla finestra.

L’estetica dell’incontro tra Putin e Netanyahu si è concentrato sulle immagini del rilascio della 26-enne israeliana Naama Issachar, da dieci mesi in un carcere russo per una piccola storia di possesso di stupefacenti, puniti molto severamente in Russia. La ragazza era condannata a 7 anni e mezzo di prigione ma Putin ha usato i suoi poteri per farla rilasciare, regalando un altro successo diplomatico che Netanyahu potrà usare in campagna elettorale. La particolarità della relazione russo-israeliana richiederà una trattazione particolare, su questa e su altre questioni.

L’asse Trump-Netanyahu
L’annuncio arriva in una fase politica molto delicata sia per Israele che per gli Stati Uniti, sia per Trump che per Netanyahu. Gli israeliani torneranno a votare per la Knesset il 2 marzo, la terza volta in un anno con un premier incriminato ma ancora vincente. Gli USA sono alle prese con l’Impeachment e con l’imminenza di altri scandali (come le rivelazioni di John Bolton), che andranno a intaccare ulteriormente la figura del presidente in vista delle elezioni del 3 novembre. Netanyahu si è fatto accompagnare a Washington dal leader delle colonie, un blocco elettorale di cui ha bisogno per vincere le elezioni. Coloni che negli Stati Uniti hanno il supporto dei potentissimi cristiani evangelici (vicini al vicepresidente Mike Pence), di cui invece ha bisogno Trump per vincere le elezioni presidenziali. Insomma, è legittimo pensare che il piano di pace più che una proposta strategica per arrivare a una pacificazione del conflitto, per Trump è una mossa tattica per vincere le elezioni.

Non sarà così semplice, in Israele lo Yesha Council (un consiglio delle colonie ebraiche) ha respinto il piano e dichiarato che non accetterà l’esistenza di uno Stato palestinese, nemmeno smilitarizzato. Tattica o strategica che sia, nel caso israeliano questa situazione può portare ad altri fatti sul terreno a scapito delle ambizioni statuali dei palestinesi, non la prima dell’asse Trump-Netanyahu. Se il governo annetterà alcune colonie e addirittura la Valle del Giordano come annunciato dal premier israeliano, parlare di “soluzione a due stati secondo i confini del 1967” diventerà ancora più irrealistico di quanto non lo sia già, la pietra tombale sugli Accordi di Oslo. Trump in Israele è già andato oltre i vecchi schemi: ha spostato l’ambasciata USA a Gerusalemme e l’ha riconosciuta come capitale, dopodiché ha anche riconosciuto l’annessione delle Alture del Golan. Un tempo per la Casa Bianca queste erano linee rosse invalicabili, decisioni che nessun presidente era disposto a prendere pur di non scatenare l’inferno. Poi è arrivato Trump, e l’impensabile è diventato possibile. Ramallah non è mai stata così sola, quello che presentato alla Casa Bianca forse è il massimo che i palestinesi possono avere, ma è un massimo del tutto insufficiente.

Articolo per il Centro Studi di Geopolitica — 30 gennaio 2020

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