La Brexit della City

Domani o mercoledì dovrebbe esserci un nuovo voto alla Camera dei Comuni sull’accordo per la Brexit. Philip Hammond però ha chiarito che l’intesa verrà sottoposta al voto solo se un numero sufficiente di deputati Tory e del DUP saranno disposti a sostenerla. Se l’accordo sulla Brexit non dovesse essere approvato prima del Consiglio Europeo di giovedì, l’alternativa è un’estensione dell’Articolo 50. In un’intervista al Sunday Telegraph, Theresa May ha detto che la mancanza di supporto parlamentare significherebbe non lasciare l’UE per molti mesi, forse mai, portando il Regno Unito nell’assurda situazione di dover partecipare alle elezioni europee.

May spera che il timore di un’estensione dei termini della Brexit e la minaccia di una partecipazione del Regno Unito alle europee convinca gli scettici a supportare il suo piano. Il calcolo però non tiene conto di Bruxelles. La Commissione europea e il capo-negoziatore Michel Barnier sono contrari a ogni tipo di estensione breve che serva solo a regalare tempo a May. Secondo l’Handelsblatt, i leader dell’UE hanno tutta l’intenzione di imporre condizioni molto severe di fronte a qualsiasi forma di estensione richiesta da Londra.

Giunti a questo punto non si riesce più a capire nemmeno se la Brexit ci sarà oppure no. Dopo due anni i problemi sono ancora tutti lì, sul tavolo, irrisolti. Nel frattempo, per Londra la Brexit è già un fatto sul terreno. Un’azienda fa come minimo un piano annuale, se non pluriennale. L’assenza di una prospettiva sicura ha portato le società finanziarie della City a prepararsi ad affrontare i prossimi anni nello scenario peggiore: Brexit senza nessun accordo, nessun periodo di transizione. Molte grandi società hanno aperto nuove sedi nell’Unione Europea, ormai in funzione da mesi, e avendo già investito grosse cifre non hanno in mente di ricentralizzare tutto a Londra in tempi brevi. Il think tank New Financial ha elaborato un report.

Dal documento risulta che 275 società finanziarie hanno trasferito — o stanno trasferendo — parte dei propri capitali, attività e staff in giro per l’UE in preparazione della Brexit comunque vadano le cose. New Financial scrive che le banche hanno trasferito nell’UE asset per 800 miliardi di sterline, circa il 10% del totale e il 50% degli asset in euro. Dal report risulta che circa 5000 persone dovranno trasferirsi. Nella redistribuzione è Dublino a farla da padrone, sono più di 100 le aziende che hanno scelto l’Irlanda a come destinazione delle nuove sedi UE. In questa classifica la capitale irlandese è seguita da Lussemburgo, Francoforte e Amsterdam. Molte aziende stanno aprendo sedi in più città, non si limitano ad allestire un solo hub europeo.

Sembra che la conseguenza della Brexit non sarà la nascita di un nuovo hub finanziario destinato a prendersi lo scettro della City, ma di una rete integrata che grazie ai regolamenti europei e all’integrazione dei mercati finanziari sarà distribuita una serie di poli finanziari distribuiti in tutta l’Unione. Un’estensione del periodo di transizione, o perfino una no-Brexit, non cambieranno questa tendenza.

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