Il non detto del Recovery Fund franco-tedesco

Le reazioni politiche alla proposta franco-tedesca per il recovery fund si sono concentrate sull’ammontare della cifra, la differenza tra crediti e trasferimenti e le eventuali condizionalità. Il dibattito tra cicale e formiche caratterizza da sempre l’Unione Europea, e sarà così anche stavolta, ma scorrendo le sei pagine del testo si leggono altre cose su cui vale la pena soffermarsi, come le priorità di spesa del fondo e altri dettagli aperti a diverse interpretazioni.

In particolare, possiamo vedere che tra gli obiettivi ci sono la “sovranità strategica nel settore sanitario” e “il rafforzamento della resilienza dell’economia, dell’industria e della sovranità dell’Unione Europea”.

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Sono concetti che evidenziano la volontà franco-tedesca di riscrivere le regole sugli aiuti di Stato e ridisegnare il quadro normativo per la Concorrenza all’interno del mercato unico, elementi già presenti in un’appendice del Trattato di Aquisgrana: il “Manifesto franco-tedesco per una politica industriale europea adatta al XXI secolo”, un documento importante ma trascurato (se non del tutto ignorato) dal dibattito politico italiano.

L’obiettivo avanzato nel Manifesto è favorire la creazione di campioni industriali europei, imprese in grado di reggere la concorrenza delle multinazionali extra-UE sostenute direttamente o indirettamente dai governi stranieri (in primis la Cina, ma anche gli Stati Uniti). Il documento fu la reazione al veto posto dalla Commissione europea al progetto di fusione Alstom-Siemens, che mirava a creare un gruppo ferroviario franco-tedesco di portata mondiale per tagliare fuori dal mercato europeo la cinese CRRC (di proprietà statale). Il progetto fu soffocato dalla solerte applicazione delle norme antitrust comunitarie da parte dal Commissaria alla concorrenza dell’epoca, la liberale danese Margrethe Vestager. Una bocciatura che a Parigi e a Berlino non è mai stata dimenticata.

Ricordare questa storia è importante per capire gli obiettivi franco-tedeschi, perché li ritroviamo negli obiettivi del recovery fund secondo Merkel/Macron. Nel testo si parla di grandi progetti industriali con una forte presenza o direzione dello Stato. Normalmente i tedeschi hanno posizioni più liberali, ma dall’arrivo di Peter Altmaier (CDU) al ministero dell’economia la politica industriale è diventata uno dei dossier di maggior convergenza tra Parigi e Berlino. Il documento propone investimenti in progetti strategici, inclusa la produzione di microprocessori e batterie per le auto elettriche, senza tralasciare gli investimenti ambientali.

Com’è facile immaginare, visti i tempi c’è un’enfasi particolare sul settore della Sanità. Il recovery fund dovrà finanziare la ricerca comune in tutti i settori sanitari affinché si arrivi a una sostanziale autarchia europea: dalle mascherine usa e getta ai macchinari diagnostici più avanzati, senza trascurare la farmaceutica. Una strada molto lunga da percorrere visto che attualmente India e Cina rappresentano il 90% dei principi attivi dei farmaci generici utilizzati nella UE, per non parlare di guanti, camici e mascherine. L’obiettivo è avere industrie europee eccellenti in tutti i settori economici necessari al una piena indipendenza strategica.

Di fronte a un’altra epidemia l’Unione Europea dovrà essere indipendente dal resto del mondo, la caccia alle forniture che ha visto i partner europei sottrarsi materiale a vicenda non deve ripetersi. Vi è anche un accenno a una politica di approvvigionamento comune per produrre una posizione più forte nei confronti dell’industria farmaceutica, e molti dettagli relativi all’assistenza sanitaria, inclusa la volontà di imporsi come UE nell’OMS per nuove regole globale nel commercio di prodotti sanitari.

La Cina non viene nominata direttamente, ma il grande non detto di tutte queste dichiarazioni di intenti è la volontà di costruire una re-globalizzazione europea per proteggersi dalla dipendenza commerciale e dagli investimenti cinesi nel vecchio continente. Accorciare e “sovranizzare” le catene del valore, e dotarsi della capacità di proteggere il mercato interno da investimenti esterni che dovessero essere giudicati dannosi o predatori. Una tendenza già in atto, ma il coronavirus ha accelerato i tempi.

La posizione dell’Italia
Per Roma è una questione problematica che chiama in causa la classe dirigente del paese. Non si tratta semplicemente della differenza tra trasferimenti a fondo perduto o debiti vincolati a condizionalità, ma di vere e proprie scelte strategiche. Il problema è il rapporto con la Cina e quello con i partner europei.

L’influenza cinese in Italia era già forte da tempo, ma negli ultimi due anni è aumentata considerevolmente. Secondo un sondaggio SWG il 36% degli italiani considera preferibile la Cina come partner internazionale, superando gli Stati Uniti, ma non solo.

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La metà dell’opinione pubblica italiana considera la Cina il primo tra i paesi amici (52%), seguita da Russia (32%) e Stati Uniti (17%). Al contrario, i partner europei sono visti come dei veri e propri nemici: la Germania è la Francia sono considerati i principali nemici del paese, rispettivamente con il 45% e il 38% delle ostilità rilevate. Una negatività esagerata, che non trova fondamento nei rapporti economici, politici e culturali.

Con l’83% degli intervistati che reputano l’asse franco-tedesco un vero e proprio nemico, è difficile immaginare la politica coordinarsi affinché gli interessi italiani si aggancino in maniera pragmatica ai progetti franco-tedeschi. Eppure, è quel che va fatto, perché anche se è vero che in nome dell’europeismo romantico si è detto tanto e fatto poco, è altrettanto vero che per ragioni storiche, geografiche, economiche e culturali la dimensione dell’Italia non può essere altra che la dimensione europea. Saper stare a quel tavolo nel migliore dei modi possibili non è una scelta, ma una necessità.

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